sabato, Luglio 2, 2022
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Lucano e i suoi fratelli

Dopo la condanna dell’ex sindaco di Riace a 13 anni e due mesi, si sono levate alte le proteste di sinistra e media. Ma non è l’unico «campione del bene» ad aver abusato del proprio ruolo. Altro esempio è Luca Casarini, incensato testimonial dell’accoglienza di alcune Ong nel Mediterraneo per cui l’accoglienza diventa business.

Lo arrestano dopo un controllo casuale. Finisce in cella, ma qualcosa non torna. È dietro le sbarre, eppure risulta ospite anche di ben tre centri d’accoglienza. Ogni mattina, dunque, triplice firma farlocca. Con lo Stato che paga anche per gli avatar. È il tunisino uno e trino. O meglio: uno dei 1.200 migranti fantasma ospitati dalla caritatevole associazione culturale che gestiva 15 centri di accoglienza tra la provincia di Agrigento e Caltanissetta.

Negli ultimi anni, aveva moltiplicato per cinque il fatturato. Truffa milionaria, accusano i magistrati. Falsi registri e false fatturazioni. Gli ospiti avrebbero dovuto bere acqua fino a scoppiare: 16 litri al giorno. E indossare scarpe da 150 euro. Chiusa l’indagine, i pm si preparano adesso a chiedere il rinvio a giudizio di sei misericordiosi.

Anche a Mimmo Lucano capitava di far qualche ritocchino contabile. Era ebbro di notorietà e potere. Nel suo caso, i cospicui fondi per l’accoglienza servivano ad alimentare il mito del «modello Riace», paesino calabrese di cui era sindaco. Una rockstar del buonismo. Il Tribunale di Locri non s’è lasciato incantare dalle suadenti imposture. È stato condannato a 13 anni e due mesi per una sfilza di poco commendevoli reati.

Dovrà restituire pure 500 mila euro di finanziamenti pubblici. La procura, che chiedeva una pena ben più lieve, nelle centinaia di pagine dell’inchiesta passa in rassegna lo sterminato repertorio del bonzo di Riace. «Affidamenti fraudolenti» a due cooperative del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti, «indebite rendicontazioni delle presenze degli immigrati», perché ogni ospite all’epoca valeva i famosi 35 euro giornalieri. E «risorse sistematicamente usate per fini privati»: fantasiosi rimborsi, fatture patacca, schede carburante taroccate. O i 531 mila euro prelevati in contante, senza giustificazioni, dai conti correnti delle associazioni: in parte, sarebbero serviti per un viaggetto in Argentina con la compagna.

C’è poi quella strepitosa intercettazione, alla Checco Zalone. «Mimmo ‘u curdu», detto così vista la predilezione per i profughi del Kurdistan, consiglia alla nigeriana Joy di trovarsi un marito italiano per ottenere il permesso di soggiorno. L’uomo giusto è il settantenne Giosi: «Quello stupido, è sempre con voi…» suggerisce Lucano. Un signore affetto da «deficit mentale», annotano gli investigatori. Dunque, a giudizio dell’intrepido sindaco, perfetto allo scopo. La sinistra, al pronunciamento della condanna, si è sollevata. Vergognoso. Inaudito. Il prode piazzato da Fortune al quarantesimo posto tra i leader del pianeta. L’eroe celebrato dalla Rai con una fiabesca fiction, mai andata in onda solo per l’opposizione degli inumani sovranisti. Proprio lui.

Tredici anni e due mesi: peggio dei mafiosi. Mimmo, intonano gli illuminati corifei, avrebbe un’unica colpa: troppo pio e altruista. Colpevole solo del «reato di umanità». A Luigi D’Alessio, capo della Procura di Locri, tocca spiegare l’ovvio: «L’indagine ha riguardato la mala gestione dei progetti di accoglienza. Le vere parti offese sono stati gli stessi immigrati, visto che a questi ultimi sono state date le briciole dei finanziamenti elargiti dallo stato».

Il leader della Lega, Matteo Salvini, già ministro dell’Interno, sintetizza ruvido: «La condanna di Lucano è la conferma che l’immigrazione è un business. A sinistra tifano per gli sbarchi. E poi qualcuno ci guadagna». Accoglienza a delinquere. L’esemplare condanna all’ex sindaco di Riace è solo l’ultima riprova. Sono passati otto anni da quando Salvatore Buzzi, l’ex re delle coop romane condannato per l’inchiesta Mondo di mezzo, assicurava in un’intercettazione «che il traffico di droga rende de’ meno» degli immigrati.

Adesso, più modestamente s’è buttato nella ristorazione. Nella sua hamburgheria, in onore ai gloriosi tempi andati, il menu si ispira a Mafia capitale: c’è il panino Gomorra, quello dedicato a Suburra e financo il Samurai. Comunque sia, c’è un detto che recita: «Chi è in terra giudica, chi è in mare naviga». Eppure, perfino gli audaci altruisti che salpano le onde possono incorrere in burrasche giudiziarie. Capita anche ad acclamatissimi imperi del bene, come Save the children e Medici senza frontiere. Lo scorso marzo la Procura di Trapani notifica l’avviso di chiusura d’indagine a 21 persone, tra equipaggi e membri di caritatevoli Ong, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

L’inchiesta comincia nel 2017, con il sequestro della motonave Iuventa, ramo soccorso migranti in mare per conto dell’ong tedesca Jugend Rettet. Ma poi le verifiche si estendono ad altre imbarcazioni. Soprattutto la Vos Hestia, noleggiata da Save the children. Accuse dettagliate nelle 653 pagine dell’informativa finale dei magistrati. Contatti e accordi con i trafficanti libici, appuntamenti in mare aperto mascherati da soccorsi, segnalazione agli scafisti sull’esatta posizione delle navi, gommoni trainati dalle acque libiche. Gli indagati, insomma, non si sarebbero limitati a soccorrere i profughi. Avrebbero fatto da taxi, piuttosto. Hanno recuperato uomini, donne e bambini dalle navi dei trafficanti. Per poi, scrivono i pm trapanesi, lasciare i criminali liberi di tornare in Libia.

Un ricco bonifico da 125 mila euro è invece al centro di una scoppiettante inchiesta della Procura di Ragusa. Poco più di un anno fa, l’11 settembre 2020, sbarcano a Pozzallo 27 naufraghi. Li ha salvati la petroliera Etienne, che appartiene alla danese Maersk, il più grande armatore di navi mercantili al mondo. Rimane per 38 giorni ferma davanti alle acque maltesi. Fino a quando sopraggiungono i fluttuanti eroi della Mare Jonio, impavida nave dell’Ong Mediterranea. Un salvataggio da battimani. Anche perché, a bordo c’è un capo missione da prima pagina: Luca Casarini, già leader dei No global.

Il valoroso nocchiero finisce però sotto inchiesta assieme ad altre sette persone: armatori, marittimi e attivisti. La Procura di Trapani indaga per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravata da scopi di lucro. Ohibò. Anche loro, come Mimmo ‘u curdu, accusati di maneggiare vil danaro.

Gli eroi di Mediterranea, ipotizzano i pm, avrebbero salvato quei disgraziati solo dopo aver pattuito un cospicuo aiutino da parte di Maersk. Un bonifico di 125 mila euro, dall’indicazione piuttosto vaga: «Servizi di assistenza forniti in acque internazionali». Causa di inenarrabile giubilo tra l’equipaggio di Mare Jonio, testimoniato dalle intercettazioni carpite dagli investigatori. «Domani a quest’ora potremmo essere con lo champagne in mano a festeggiare perché arriva la risposta dei danesi» tripudia Casarini con Alessandro Metz, armatore della Mare Jonio ed ex consigliere regionale dei Verdi in Friuli-Venezia Giulia. «Mi sa che abbiamo fatto il botto» gongola l’indimenticato capo dei disobbedienti. A telefono con Beppe Caccia, anche lui capo missione, già leader dei Verdi a Venezia, ancor prima di ricevere quei benedetti schei è comunque fiducioso: «Speriamo bene» dice. «Con quelli si sistemano tutti!». Caccia, sostiene la procura, è pure volato a Copenaghen dai dirigenti della Maersk: per «lucrare il controvalore pecuniario dell’operazione di trasbordo».

«Solo una donazione» replica l’interessato. Mentre Casarini, sdegnato, contrattacca: «Siamo di nuovo alla macchina del fango, come hanno fatto con Mimmo Lucano in Calabria». Ecco, appunto. E come l’ex sindaco di Riace viene beatificato a dispetto della condanna, pure l’operazione di soccorso è magnificata nonostante l’indagine. Il 27 maggio scorso l’equipaggio di Mediterranea riceve il «Seafarers Award 2021», prestigioso premio dall’associazione degli armatori. Danesi. Come la Maersk.

Vedi, a volte, le coincidenze… E, un mese fa, l’ardimentoso equipaggio viene pure premiato dall’Onu: «Per il coraggio, la professionalità e il rispetto della più nobile tradizione della legge del mare». Del resto, tra colleghi paladini ci si intende a meraviglia. Le organizzazioni internazionali pullulano di benefattori senza macchia. Come quelli al servizio di Frontex, l’agenzia per le frontiere dell’Ue. La Corte dei conti europea, lo scorso giugno, pubblica una relazione speciale dal titolo eufemistico: «Il sostegno di Frontex alla gestione delle frontiere esterne non è stato, finora, abbastanza efficace». Eppure, il budget continua a lievitare. Era di appena 6,3 milioni di euro nel 2005.

Arriverà a 1,9 miliardi nel 2025. Una dotazione impareggiabile. Che Frontex usa per personale, droni ed elicotteri con cui pattuglia il Mediterraneo. Ma anche per missioni più distensive. Come i cinque eventi cui hanno partecipato frotte di ospiti e dipendenti. Spesucce da 2,1 milioni di euro. Tra cui, 94 mila euro per una cena nell’elegante ristorante Belvedere di Varsavia, dove ha sede l’agenzia. O l’imperdibile festa a Sopot, vivace località costiera sul Baltico: 580 mila euro.

A confronto, le imprese mangerecce di Mimmo Lucano sembrano quisquilie. Per accogliere degnamente ministro greco e delegazione, in visita a Riace, l’ex sindaco si vede costretto a far qualche spesuccia in macelleria. Costolette di agnello, spiedini di capretto, vitellone di prima scelta, cosce e alette di pollo.

Totale: 3.786,69 euro. Da addebitare sul solito conto: progetto minori non accompagnati.

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