giovedì, Luglio 7, 2022
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L’Arte sarda che rende un’isola universale

Da Salvatore Fancello fino a Costantino Nivòla. A Nuoro, nel nuovo spazio dedicato alla scultura del Novecento, si apprezza la profondità di personalità maschili e femminili poco note, capaci di uscire dai ristretti confini del folklore con opere di respiro straordinario.

Molti grandi artisti sono morti giovani. Non so se sia giusto provare rimpianto per quello che non hanno fatto. Immaginare che, da Raffaello Sanzio a Parmigianino, a Domenico Gnoli, morti a 37 anni – qualcuno morto anche prima – avrebbero potuto avere una produzione nuova in una vita più lunga, è lecito, anche se contraddetto dal loro corso compiuto. Nel caso di Salvatore Fancello, che vediamo nello Spazio Ilisso di Nuoro, con altri artisti, si può rispondere con un secco no, perché è vissuto appena 25 anni, ma la sua opera è perfetta così. Al di là dell’incidente della sua vita e del compianto perché è stata breve, la capacità creativa, la coerenza, la perfezione, la fantasia in quell’arco di tempo così breve non consentono rimpianti.

La sua arte vive, senza limiti di tempo e di forma. Fancello ebbe rapporti sia con Cesare Brandi sia con Giulio Carlo Argan, quindi non si mosse in una condizione di provincialismo, rispetto a molta, remota, arte sarda che puoi sentire limitata da una componente legata alla tradizione, al costume, al folklore anche sublimato – pensiamo al caso di Giuseppe Biasi da Teulada.Tutto questo in Fancello non c’è. Il folklore è subito evitato anche quando lo affronta, e l’elaborazione creativa quasi vivente delle sue forme in ceramica è più forte, più vibrante di quella di artisti riconosciuti universalmente come Lucio Fontana o Leoncillo Leonardi.

Quindi, vedendo i disegni e le ceramiche, pochi, ma perfettamente sufficienti per una vita così breve, si capisce che è giusto ciò che gli è toccato: nel tempo della sua vita ha raggiunto il sublime. Forse poteva fare ancora di più e meglio, ma dire meglio è sbagliato, poteva fare di più soltanto in termini quantitativi. Il suo mondo l’abbiamo davanti, compiuto. E come Gnoli a 37 anni aveva detto tutto, e come Caravaggio a 38 anni aveva detto tutto, e come Raffaello a 37 aveva detto tutto, a 25 anni Fancello ha una tale freschezza e giovinezza d’invenzione che sembrano far coincidere l’età della sua vita con quella della sua arte.

Il suo tempo è compiuto come, in uno spirito affine: Scipione, morto a 30 anni. Guardando le sue sculture si prova una piena soddisfazione. Tutto quello che Fancello poteva dirci lo ha detto, e lo ha detto senza alcuna sbavatura e senza, come accade a molto artisti – pensiamo al vicino Sassu – aver vissuto un tempo lungo e aver, a un certo punto, accusato la decadenza.

C’è un altro artista, che ha vissuto poco, nel gruppo di Corrente. Si chiama Arnaldo Badodi: anche lui poche opere, vita breve, ma non puoi desiderare e chiedere di più rispetto a Ernesto Treccani, a Giuseppe Migneco o ad altri. Quindi, in taluni casi, la vita lunga ha consentito di mostrare diversi livelli e diversi esiti. Nel caso di Fancello il breve tratto dell’esistenza è così assoluto che lo rende inevitabile, inarrivabile, irraggiungibile, perfetto. Le sue opere, una per una ci dicono della grandezza di Fancello nei suoi pochi anni.

Mentre l’Arte sarda, anche nei suoi principali esponenti, da Francesco Ciusa o Biasi, rimane periferica e isolata, come per una maledizione o un destino, e la grandezza di quegli artisti è riconosciuta in modo episodico, e comunque non viene considerata nel percorso dell’arte nazionale come un aspetto necessario, Costantino Nivòla scavalca questo destino diventando internazionale, americano, francese; diventando Nivolà, Nìvola. E in questo egli ha vinto la battaglia da solo per tutta l’arte sarda, e ha vinto con una capacità formidabile di mantenere la tradizione e il sentimento profondo delle sue origini.

Abbiamo accennato, nello scorso numero di Panorama, della Madre dell’ucciso di Francesco Ciusa. Vi è anche in Nivòla il tema della maternità: però in una sintesi formale che è paragonabile soltanto a quella di Constantin Brâncusi o di Lucio Fontana, e con loro va misurata. Sfugge a qualunque ricorso o residuo del folklore, del costume, che, comunque, pure in grandi artisti come Biasi, c’è. Esiste il modo di sublimare anche in Mario Melis, sublimare quella condizione ma tenerla fondamentale, irrinunciabile.

Nell’artista sardo c’è la volontà di far sentire che è sardo, e di prendere come «ostaggio» qualcosa del costume per trasformarlo in poesia. E però questo evidentemente non è è facile da compiere e da intendere. Eugenio Tavolara non è stato inteso come Fortunato Depero. C’è qualcosa che, alla fine, sembra essere sempre il residuo folkloristico di un mondo che resta laterale, marginale, isolano.

Non è facile intuire la sublimazione che di quel costume gli artisti riescono a fare. Di tutto questo si sbarazza Nivòla, e riesce a eliminare qualunque elemento di folklore che potrebbe ancorarlo a una tradizione, peraltro rivendicata. Basta leggere il titolo di una, fra tante, assolute sculture: La madre sarda e la speranza del figlio meraviglioso. Però questa madre sarda è tutte le madri, di tutti i tempi e di tutte le epoche. Per cui Nivola riesce a far diventare universale un motivo che rischiava di essere locale.

Processo molto difficile per gli artisti sardi e spesso riuscito, ma non compreso. In lui è riuscito e compreso. Per cui un’opera come questa è di tutta l’umanità. È come La Gioconda: appartiene a tutti! Eppure è profondamente sarda, ma quell’elemento non appare un residuo di qualcosa di locale, perché l’universalità dell’immagine, dalla testa, ai seni, alla pancia, diventa l’idea stessa della maternità, in un modo così alto che, come le altre opere di Nivòla, si può affiancare, ripeto, soltanto a Constantin Brâncusi o a Lucio Fontana. In questa invenzione l’artista raggiunge il sublime per la capacità di esprimere tutto l’orgoglio della sua origine sarda e farlo diventare una condizione che è di tutta l’umanità nella sua «profondità», è la ragione stessa della maternità.

Osservando le straordinarie invenzioni di Anna Gardu, ora, non sarà difficile scrivere un libro sulle artiste sarde. Non sono tante però ci sono e, quando ci sono, si sentono. Mi viene in mente la Gardu perché è viva, attiva, giovane. Ma io ho conosciuto due antiche artiste sarde nella mia vita ormai abbastanza lunga: sia Maria Lai sia Liliana Canu; e anche Luciana, la sorella della Canu.
Non mi pare che in Sardegna vi sia una riscossa delle donne. L’Arte femminile c’è, alta, ma più rarefatta di quanto sia accaduto negli ultimi 40 anni in tutto il mondo. E questo si può capire, nella tradizione sarda, per il prevalere della forza dell’uomo. E però quando le donne hanno lavorato in Sardegna hanno spesso superato gli uomini, e hanno mostrato una formidabile integrità e coerenza che talvolta poi è declinata in levità.

È il caso di Maria Lai, che è diventata un’artista di grande richiamo: tutti hanno visto i suoi fili, le sue sottigliezze concettuali. Devo dire che proprio queste mi richiamano alla mente altre due grandi personalità sarde, le sorelle Coroneo, che io, proprio in un libro di Ilisso per una mostra a Cagliari, ho studiato con particolare attenzione e passione, nel percorso che va dal riconoscimento di Gio Ponti, e quindi dal rapporto con il mondo dell’architettura e del design milanese, al dopoguerra di disperazione in cui le due sorelle si muovono quasi nello spirito dolente e annichilito di Alberto Giacometti. Anche esse sono figure molto potenti, ma Maria Lai le ha superate tutte. E l’altra, l’altra che è più coerente della Lai, e che ha avuto un lungo percorso, è Liliana Canu, che io ho conosciuto e visto, comunista, più brava di Renato Guttuso, nella difesa dell’immagine e della figurazione e nella narrazione epica e drammatica dell’uomo, fino in fondo.

Faccio questi ragionamenti in generale, molto rapsodici, sul mondo delle artiste sarde che ho conosciuto, perché il trionfo di oggi di Maria Lai è meglio comprensibile nello Spazio Ilisso, dopo che siamo stati abituati a vederla legata a un’idea, a una visione concettuale, rarefatta, lieve, leggera, tessile. E invece ci sono qui opere solide, potenti, concrete, in cui c’è perfino molto di Mario Sironi, come nella variegata parete di grès e ceramica. Quanto si vede, come i solidi geometrici in ceramica, tratti dalla natura, ma poi dalla Lai rielaborati: sassi, oggetti, icosaedri, è il molteplice percorso dell’artista. Sono pesi consistenti per telai, prima del passaggio ai tessuti. Tutto è ancora fisico, espresso con la ceramica, così importante per studiare l’aspetto meno conosciuto di Maria Lai; e per apprezzare con quale raffinatezza lo Spazio Ilisso documenta alcune fasi non tipiche degli artisti sardi, in modo originale – come, nella sala attigua, l’opera monumentale, in dialogo con Mirko, oltre che con Depero, di Eugenio Tavolara. Mondi sconosciuti.

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