sabato, Luglio 2, 2022
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Il falso pentitismo (che paga)

L’ex killer della mafia, responsabile materiale della strage di Capaci, è tornato in libertà collaborando con la giustizia. Come lui sono decine i criminali che «si dissociano» e dicono di prendere le distanze dai clan per entrare nei programmi di protezione. Che però spesso devono essere revocati, perché il «ravvedimento» viene fatto soltanto per godere dei vantaggi di legge.

Nel 2020 le delibere di proroga dei programmi speciali di protezione per i collaboratori di giustizia sono state superate da quelle che ne dispongono la revoca. Se ne occupa una commissione centrale del ministero dell’Interno che, dopo aver valutato le relazioni inviate dai magistrati antimafia, decide se un boss ha davvero saltato il fosso, o se ha fatto il furbo. D’altra parte i vantaggi sono diversi: oltre alla protezione garantita da agenti speciali delle forze dell’ordine, ci sono uno stipendio, una casa e agevolazioni per avviare attività imprenditoriali.

Ma, soprattutto, ciò che fa gola a chi ha commesso reati gravissimi sono agevolazioni giudiziarie, permessi per uscire dal carcere e sconti di pena per evitare l’ergastolo. In cambio, il boss che decide di firmare un patto con i magistrati deve vuotare completamente il sacco. E dire la verità. Quando lo Stato si accorge che ha a che fare con un finto «ravveduto», però, revoca i benefici. I furbetti del pentitismo nell’ultimo anno sono stati 45, quattro in più dei collaboratori di giustizia che hanno ottenuto la proroga del programma.

L’ultimo caso eclatante si è verificato a Messina, dove la Procura antimafia ha avanzato la richiesta per interrompere il programma di protezione a Carmelo Giambò, detto u’ Mastruffu, che ha cominciato a «bombardare» di dichiarazioni i magistrati nel dicembre 2020. Giambò aveva collezionato cinque condanne all’ergastolo, una delle quali già divenuta definitiva. Deve aver fatto i suoi conti e ha comunicato che voleva pentirsi. Tuttavia, dopo aver riempito pagine e pagine di verbali, gli inquirenti si sono accorti che qualcosa non tornava. E ora stanno cercando di accertare se le bugie sono frutto di un progetto più ampio o se, più semplicemente, è stato solo un tentativo di collaborazione costruito male.

Quello dei finti pentiti non è l’unico fenomeno che tiene in ansia il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho. A preoccupare i magistrati napoletani sono le cosiddette «finte dissociazioni». Il criminale non richiede un programma di protezione, ma fa sapere prima attraverso i giornali che ha preso le distanze con il suo clan e alla prima occasione lo conferma ufficialmente in un’aula di giustizia. Se rientra nella sua strategia, ammette qualcosa o accusa qualche picciotto. «O’ boss resta boss» spiega un avvocato difensore molto apprezzato tra i detenuti (tanto da finire in una relazione del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che ai tempi di Francesco Basentini segnalò l’anomalia delle nomine avanzate sempre agli stessi difensori dai detenuti dei clan), «semplicemente si dissocia».

«È una strumentale condotta processuale che si sostanzia nell’ammissione delle proprie responsabilità e di quelle di soggetti deceduti o di collaboratori di giustizia, ma caratterizzata dalla salvaguardia delle posizioni dei soggetti non collaboranti, esentati da ogni delazione» denunciava il procuratore Cafiero de Raho in un dossier inviato al presidente della Camera Roberto Fico il 24 novembre 2020. Insomma, una strategia precisa.

Messa in campo per la prima volta dalla famiglia Moccia di Afragola nel lontano 1992 con «l’inabissamento», attuato rendendo pubblico il falso messaggio della dissociazione dei capi, dello scioglimento del clan e del trasferimento a Roma di Luigi Moccia. Comportamento, ritengono i magistrati, finalizzato a ridurre le pene inflitte. Infatti il vecchio boss Angelo Moccia, condannato all’ergastolo per molteplici omicidi, ha beneficiato di una riduzione della pena dall’ergastolo a circa 30 anni, scontati i quali è tornato libero e, stando alle ricostruzioni dei magistrati, ha ripreso le sue vecchie attività.

Ha giocato l’astuta carta del pentimento anche Filippo Graviano, alla testa del mandamento di Brancaccio con il fratello Giuseppe. Entrambi a breve potrebbero tornare in libertà, portandosi sulle spalle condanne in qualità di mandanti dell’omicidio di padre Pino Puglisi e di responsabili delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Filippo ha già affermato davanti ai magistrati di Firenze di essersi dissociato e allo stesso tempo ha chiesto di poter accedere a un permesso premio.

Si è dissociato anche Cesare Pagano, uno dei capi del clan campano degli Scissionisti, che ha così evitato l’ergastolo. In Corte d’assise d’appello a Napoli, per due omicidi di camorra, ha ottenuto 30 anni. Dissociato pure Roberto Manganiello, conosciuto nel mondo della mala napoletana come «il boss delle case celesti». Per un omicidio, grazie a rito abbreviato e dissociazione, è stato condannato a 20 anni. Sta tentando la stessa trafila Marco Di Lauro che, arrestato nel 2019 dopo 14 anni di latitanza, due anni trascorsi a Sassari «al 41 bis» (il regime di carcere duro) e una condanna all’ergastolo per l’omicidio di un innocente, ha di recente proclamato la sua dissociazione dal clan che, precisano i giornali locali più diffusi negli istituti di pena campani, «non vuol dire collaborazione con la giustizia, ma un taglio netto col passato». Che per le Procure antimafia significa invece fare il pesce in barile.

«Un atteggiamento ambiguo» lo ha definito il procuratore aggiunto di Catania Francesco Puleio, che ha spiegato: «Concedere sconti di pena, permessi carcerari, ovvero annullare il regime di massima sicurezza previsto dal 41 bis, a fronte di una pubblica presa di distanza dall’organizzazione, inutile però in quanto esclude ogni forma di concreto contributo, rischia di contribuire a rafforzare i clan». Secondo il procuratore di Napoli Giovanni Melillo «dietro questa strategia c’è il tentativo di salvare le componenti più importanti delle organizzazioni mafiose. Capi riconosciuti scrivono lettere per dissociarsi, ammettendo solo singoli delitti, senza chiamare in causa terze persone né contribuire ad alzare il velo sugli affari del clan, allo scopo di ottenere uno sconto di pena, soprattutto nei processi per omicidio».

Francesco Mazzarella, difatti, si porta sulla coscienza l’omicidio di due fratelli rom innocenti, scelti a caso tra quelli che abitavano nel campo di Secondigliano perché, mentre era ai domiciliari e riposava in casa con moglie e figli, aveva subìto un furto. Grazie alla dissociazione ha ricevuto un clamoroso e consistente sconto di pena nel processo di appello: ha così rimediato all’ergastolo che gli era stato comminato in primo grado in cambio di 20 anni di carcere.

Non solo nel Mezzogiorno ma anche al Nord la dissociazione prende piede. Ha aperto le danze Saverio Dominello, imputato a Torino nel processo contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella curva juventina, dove in appello ha avuto sette anni e sette mesi (dopo una condanna in primo grado a 12 anni) per associazione mafiosa. Pentitismo – o dissociazione che sia – di certo in qualche modo paga.

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