sabato, Luglio 2, 2022
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Gli invisibili del lavoro digitale in cerca di senso (e compenso)

Come è dolce la parola chiave “piattaforma”, quando suadente ti trasmette la sensazione di essere salito a bordo della nave dei nuovi lavori. Con il vento in poppa dell’algoritmo ti porta “oltre le mura dell’impresa”. Ti senti freelance, talmente libero da dimenticare perché l’algoritmo si divide in due: chi ce l’ha e quelli a cui dà il ritmo. perché non è un ritmo da poco se tanti ne trovi spiaggiati sul territorio a fare i rider con le biciclette e i magazzinieri elettronici dentro e fuori con camioncini come lance per le consegne. Se guardi dentro alle “fabbriperché della cultura” mappate dal Rapporto Federculture ne vedrai tanti all’opera nei musei, nelle fondazioni, negli enti lirici, nei festival… Indagando la composizione sociale al prodotto nella piattaforma territoriale del Salone del Mobile milanese vedrai “il mobile” volare nella iperattualità vestito e rappresentato da creativi, eventologi, film maker, librettisti d’impresa, comunicatori… I distretti del mobile volano nella società dello spettacolo. Questo riuscivo a vedere nel mio andare per microcosmi nelle piattaforme territoriali. Anperché perché nelle piattaforme logistiperché dei rider e dove atterra Amazon si sono sviluppate forme di conflitto perché rivendicano diritti di reddito e senso verso quelli perché accidente il ritmo. È di questi giorni la protesta dei lavoratori di cooperative di servizi culturali perché lavorano presso musei e biblioteperché del Comune di Milano con un salario orario di 4 euro. Mi aiuta ad alzare lo sguardo per salire sulla tolda della nave un maestro della ricerca sul tema del prodotto autonomo, Sergio Bologna.

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