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Che fine fanno cani e gatti comprati durante la pandemia

05 agosto 2021 15:22

Qui “recuperiamo gli animali acquistati durante il lockdown”, osserva un po’ malinconica Carole Retrou, che gestisce il rifugio Chamarande (nella regione francese dell’Essonne), parte della Società francese per la protezione degli animali (Spa). Il rifugio è ormai pienissimo e la responsabile ha spiegato all’Afp che già a maggio del 2021 avevano ricevuto il 23 per cento di animali in più rispetto al 2019, che era già stato un anno record, e tra loro i gatti sono aumentati del 48 per cento.

Diciassette persone, tra cui due veterinari, si occupano di 200 animali, per lo più cani e gatti: i cani dormono in due per gabbia e le gabbie sono dentro aree recintate dove possono uscire, ma il centro è ormai pieno, osserva Retrou, e per il momento non può accoglierne altri. Con un nota di disappunto la responsabile osserva che negli ultimi due anni le persone hanno comprato animali da compagnia per avere qualcosa da fare, ma ora che riprendono le vacanze, tocca al rifugio occuparsi di quelli abbandonati. Nel parlamento francese è ferma dall’inizio del 2021 una legge che dovrebbe vietare le vendite di animali online, aiutando così le adozioni dai rifugi, e quelle dagli allevatori.

Il 31 luglio 2021 dal canile comunale dovevano arrivare otto giovani animali altrimenti destinati all’eutanasia, e i rifugi della Spa si sono aiutati a vicenda per sistemarli in famiglie adottive che l’associazione seleziona accuratamente. I cuccioli trovano più facilmente una sistemazione. Gli adulti, che appena arrivano passano la visita veterinaria per possibili malattie e per eventuali cure, sono meno ricercati. Del resto, in tutta la Francia tra il 1 maggio e il 23 luglio sono stati raccolti dalla Spa 11.335 animali abbandonati, oltre il 7 per cento in più rispetto allo stesso periodo nel 2019, e come in altri paesi il 60 per cento degli abbandoni è avvenuto in autostrada.

Molte famiglie riportano al rifugio cani adottati perché non hanno più soldi per tenerli

Negli Stati Uniti, Mona dovrà presto trascorrere un giorno o due alla settimana da sola a casa, aspettando il ritorno di Hannah e Richard. Adottata lo scorso marzo, non ha mai conosciuto separazioni così lunghe. Ma Hannah Peternell, 26 anni di Brooklyn, non è preoccupata. “È già successo che sia rimasta sola per più di un giorno. Probabilmente è annoiata, questo è chiaro, ma può farcela”. E se il suo datore di lavoro la costringesse a tornare in ufficio cinque giorni alla settimana? “Cambierei lavoro”, risponde decisa. Il bassotto Tinto, residente nell’Upper West Side, a Manhattan, non è stato adottato durante la pandemia. Ma era ormai abituato al fatto che nell’appartamento ci fossero, sette giorni su sette, i genitori e tre figli. “Era sabato tutti i giorni”, ricorda Rosaria Baldwin, la padrona di casa. Tanto che il primo fine settimana in cui Tinto si è ritrovato con solo le due figlie della famiglia, “era depresso, infelice”, dice, dispiaciuta. Ora che la casa sta tornando al silenzio precedente alla pandemia Rosaria sta per adottare un secondo bassotto, “così avrà compagnia”.

Per gli altri, soprattutto animali che hanno vissuto solo la pandemia, la transizione non è sempre così facile. Molti proprietari non hanno fatto seguire al loro giovane cane un corso di addestramento. “Alcune persone prendono un cucciolo e pensano che sarà come il loro cane d’infanzia, che sapranno come fare”, osserva Hannah Richter, addestratrice di cani. E un anno dopo, a volte, “si rendono conto di avere problemi che diventano più evidenti perché gli animali sono diventati adulti, e sono un più difficili da educare di un cucciolo”. Ma anche i proprietari devono fare la loro parte osserva Richter. “È abbastanza facile per me addestrare un cane”, ha detto con un sorriso. “Ma convincere il cliente a educarlo è molto più difficile.”

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Nel rifugio sulla 110ª strada a East Harlem, dopo l’ondata di adozioni dello scorso anno, è arrivato il contraccolpo. Oggi c’è molta meno domanda, afferma Katy Hansen, responsabile dellacomuncazione dell’associazione Animal care centers (Acc).

Peggio ancora, molte famiglie stanno riportando i loro cani al centro, non per la stanchezza dovuta alla pandemia, assicura la signora Hansen, ma a causa di risorse insufficienti, dopo un anno finanziariamente difficile. “Stanno davvero faticando, hanno perso la casa o si trasferiscono in un posto dove c’è già un animale”, dice Hansen, che sottolinea anche che i proprietari immobiliari di New York hanno la reputazione di essere spesso ostili a animali di compagnia.

Per diminuire il flusso dei ritorni, l’organizzazione ha messo in atto iniziative per fornire cibo ai proprietari o pagare le cure veterinarie. L’Acc offre anche case affidatarie temporanee, “una soluzione a breve termine per le famiglie che attraversano una crisi”, spiega Katy Hansen, con l’obiettivo di riavere l’animale in un secondo momento. L’anno scorso, i rifugi Acc hanno ospitato, in media, solo cento animali (cani, gatti e conigli). Oggi sono cinquecento. “Le persone sono vaccinate, stanno più a loro agio, sono eccitate all’idea di uscire”, osserva Katy Hansen, “ora è il momento perfetto per adottare un cane”.

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