sabato, Luglio 2, 2022
HomeUltime novità30 anni di «Mani pulite». L'inganno dietro la rivoluzione

30 anni di «Mani pulite». L’inganno dietro la rivoluzione

Quella storica e controversa stagione conteneva in sé tutti gli elementi della polemica che oggi sta travolgendo la già molto precaria credibilità della magistratura. Un «triangolo» che unisce pubblici ministeri di un certo orientamento ideologico, alcuni giornalisti amici e la copertura politica dei partiti della sinistra.

Il «triangolo» che mette assieme uno o più pubblici ministeri, un circuito di giornalisti «amici» e la copertura politica dei partiti di sinistra, e ha lo scopo d’imbastire e amplificare mediaticamente formidabili attacchi giudiziari a fini politici. Ma anche le indagini mirate a colpire e abbattere gli avversari più scomodi, in particolare quelli che al governo o in Parlamento cercano di attenuare lo strapotere della magistratura, o tentano di modificare in senso garantista le norme sull’amministrazione della giustizia. E poi l’esclusione e l’ostracismo che le correnti giudiziarie e le procure applicano crudelmente alle poche toghe non allineate, annientando chi si permette d’indagare (davvero e fino in fondo) anche a sinistra. E perfino i magistrati ideologizzati e «arruolati» fin da giovani, al solo scopo svolgere un preciso ruolo politico nei tribunali…

Tutto ciò vi suona familiare, vero? Beh, sì, certo: è la deformazione della giustizia italiana per com’è stata rivelata dal Sistema, lo scandaloso best seller (Rizzoli) scritto dell’ex magistrato Luca Palamara e da Alessandro Sallusti, e per com’è stata poi messa a nudo dalla guerra per bande che da mesi squassa la magistratura. Ma vi sbagliate. Perché questa è la descrizione, puntuale, di quella che a suo tempo fu l’epopea di Mani pulite.

Mancano meno di quattro mesi al trentesimo anniversario del 17 febbraio 1992, il fatidico giorno che – con l’arresto a Milano di Mario Chiesa, presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio – segnò l’avvio dell’inchiesta giudiziaria più celebrata nella storia d’Italia. Eppure quella controversa stagione di 30 anni fa conteneva in sé tutti gli elementi della polemica che oggi sta travolgendo quanto resta della già percossa credibilità della magistratura. A ben vedere, Mani pulite (che non annientò affatto Tangentopoli, ma riuscì ad abbattere la Prima Repubblica e soprattutto i partiti moderati che dal Dopoguerra l’avevano creata e gestita) è lo sconcertante, puntuale antefatto dei disastri giudiziari di oggi. Basta ricordare soltanto alcuni episodi di quella stagione, così ingiustamente idolatrata, per riconoscere come oggi Palamara non racconti nulla di nuovo, e la politicizzazione della giustizia e certi altri suoi osceni vizi siano purtroppo una verità antica, con cui questo Paese non ha mai voluto fare i conti.

Nessuno ne parla più, ma nel terribile triennio 1992-94, a Milano, la Procura, i giornali e la sinistra, avevano formato ben più di un «triangolo»: era una specie di falange macedone, con l’obiettivo di devastare i vertici del Partito socialista e della Democrazia cristiana, colpendo qua e là anche le formazioni minori della maggioranza moderata che fino a quel momento aveva escluso dal governo il Partito comunista e dal 1991 il suo successore, il Partito democratico della sinistra.

La corruzione allignava, nessuno può negarlo, ma dopo essere stata tollerata per decenni venne scoperta un po’ troppo all’improvviso dalla magistratura. Di quella svolta, sospetta e misteriosa, nel 1992 cercò di avvantaggiarsi proprio il Pds, che (casualmente!) a Milano poteva contare su due «Pool» paralleli e simpatizzanti: il pool dei magistrati e quello dei giornalisti. Uno di questi ultimi, Goffredo Buccini, oggi usa parole di verità in un altro libro interessante, Il tempo delle mani pulite (Laterza): «Il gruppo di noi ragazzi che seguivamo il Palazzo di giustizia di Milano» racconta Buccini «tutti tra i 28 e i 33 anni, a parte rare eccezioni, era fortemente orientato a sinistra. Pensavamo che Bettino Craxi fosse un manigoldo, e che il bene stesse tutto di qua e il male tutto di là».

Il «triangolo» di Palamara c’era già, insomma, e Buccini ne è un testimone autorevole: è lui il cronista del Corriere della sera che nel 1994 condusse l’assalto al neonato governo di Silvio Berlusconi. Prima partecipando alla durissima campagna di stampa che nel luglio di quell’anno impose al ministro liberale Alfredo Biondi di ritirare il cosiddetto decreto «salvaladri», un provvedimento che in realtà si limitava a stabilire garanzie più certe per gli indagati di Mani pulite di cui oggi Buccini ammette che venivano arrestati con «metodo odioso»; poi con lo scoop che anticipò l’avviso di comparizione inviato dalla Procura di Milano a Silvio Berlusconi, nel novembre 1994, e preannunciò la caduta del suo primo governo.

Quanto al pool dei magistrati milanesi, è vero che non ne facevano parte soltanto uomini schierati a sinistra, anche se nessuno si scandalizzò quando Gerardo D’Ambrosio, il procuratore aggiunto che quel pool aveva guidato, fu eletto al Senato con il Pds per due legislature. Altri membri erano dichiaratamente di sinistra, come Gherardo Colombo o l’attuale procuratore di Milano Francesco Greco, ma di certo non potevano ascriversi a quella parte né Antonio Di Pietro, né Piercamillo Davigo.

Eppure già allora il «triangolo» di Palamara funzionò a meraviglia: il Pds di Achille Occhetto garantì piena copertura politica alle indagini milanesi, e l’intreccio tra il pool dei pm e quello dei giornalisti decretò la morte mediatico-giudiziaria dei principali avversari politici, da Craxi ai democristiani di destra. Quando poi si trattò d’indagare sulle «tangenti rosse», che esistevano eccome perché il Pci non era stato mai stato escluso dal banchetto della corruzione sulle opere pubbliche, la Procura di Milano affidò quel filone d’inchiesta a Tiziana Parenti. Non fu una scelta casuale.

Pochi sanno che «Titti la rossa», così soprannominata per il colore dei capelli, in gioventù era stata rossa anche nel cuore. Era stata iscritta fin da ragazzina al Pci di Pisa, la sua città, e quando alla metà degli anni Settanta si era laureata, aveva bussato all’allora potente federazione di via Fratti per segnalare al segretario la sua intenzione di fare l’avvocato. «No, compagna» le aveva obiettato quello «il Pci di avvocati ne ha già tanti: ora ci servono magistrati». Lei aveva obbedito, da buona comunista. E ancora nel 1993, in base alle segrete tabelle che già allora governavano il retrobottega del Csm e dei tribunali e organizzavano la lottizzazione correntizio-partitica della giustizia, il sostituto procuratore milanese Parenti Tiziana era rubricato sotto l’insegna Pci-Pds.

Dagli anni Settanta, però, le idee di Titti la rossa erano cambiate: l’antica fedeltà al partito era caduta, lasciando posto a un onesto spirito di servizio. Così, quando le venne affidato il filone delle tangenti rosse e il cruciale caso di Primo Greganti, uno dei cassieri occulti del Pci, Parenti non ebbe alcun riguardo e lo trattenne in carcere a lungo: forse troppo, come spesso già allora accadeva a chi non collaborava. Non fu il solo «strappo» alla disciplina di partito. Nel settembre 1993, Parenti ordinò la perquisizione degli uffici di Botteghe Oscure che gestivano l’immenso patrimonio immobiliare del Pci-Pds e i carabinieri sequestrarono quintalate di carte.

Per le proteste dei funzionari di partito («Se li portate via non possiamo lavorare») non trasferirono subito a Milano quella montagna di fascicoli e li lasciarono in una stanzetta del palazzo, sigillata. Il giorno dopo, quando la pm spedì la Guardia di finanza a prendere i documenti, i sigilli erano stati rotti e le carte sparite: sul pavimento solo le tracce degli scatoloni, trascinati via. I giornali? Diciamo che non se ne accorsero. Del resto, pochi di loro simpatizzavano con le indagini sulle tangenti rosse.

Il comportamento imprevisto della ex compagna Parenti riempì di sconcerto il Pci-Pds: in seguito, lei stessa confessò a Panorama di aver ricevuto e respinto perfino segnali trasversali, affinché smettesse di essere tanto ligia al dovere… Non mollò, anzi cercò d’indagare il vertice del Pci-Pds, con il solo risultato di essere bloccata dal Pool, emarginata ed espulsa. Nel 1994 Parenti decise di appendere la toga, e alla fine di una deludente esperienza politica con Forza Italia si dedicò all’avvocatura. Può essere istruttivo ricordare quel che accadde 30 anni fa solo pensando alla canea con cui politici e giornalisti «progressisti», ma anche qualche magistrato d’area, a fine dello scorso settembre hanno aggredito i giudici che avevano condannato a 13 anni di reclusione il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, sinistrissimo eroe dell’accoglienza dei migranti. Una cortina fumogena ha coperto i veri motivi della condanna, dalla truffa sui fondi pubblici al falso, fino al peculato: un po’ com’era accaduto a suo tempo con le indagini della pm Parenti.

Sarà per questo se la fiducia nella magistratura non è più merce abbondante. Nel 1992, all’inizio di Mani pulite, gli italiani che credevano nella toga incarnata da Di Pietro superavano l’83 per cento. Già nel 1993 l’inattività percepita sulla pista delle tangenti rosse l’aveva fatta crollare a 75. La voragine si aprì nel 1994, anno in cui la Procura di Milano iniziò a colpire duro contro Berlusconi, guarda caso l’uomo che in pochi mesi aveva creato dal nulla una scombiccherata alleanza di centrodestra strappando la vittoria ai postcomunisti di Occhetto: la fiducia nei magistrati divenne minoritaria, il 49 per cento. Da allora il sentimento degli italiani nei loro confronti ha continuato a oscillare, salendo e scendendo come su un poco ameno ottovolante. Oggi è ridotta a un preoccupantissimo 36.

La responsabilità? Guardatevi dentro, compagni magistrati. E ricordate Mani pulite.

ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

I più popolari